Cari milanisti, guardiamo in faccia la realtà. E i numeri

Quando penso al Milan, la prima immagine che mi viene in mente è lo sguardo di Sheva nel 2003, la sua corsa ad abbracciare Dida, Maldini che alza la Coppa…

Forse è per questo che, quando lo scorso anno guardavo le partite del Milan di Gattuso, mi sembrava di vedere la stessa storia che si ripete ormai da troppi anni. La grinta c’era, questo va detto, ma nessun gioco, poche idee, giocatori mediocri. Eppure, almeno in una prima fase del campionato, il Milan di Gattuso era lì, a giocarsela per il terzo o quarto posto. Sicuramente anche per demeriti di altri, sicuramente giocando al di sopra delle qualità reali dei calciatori, però era lì. Nella seconda parte di stagione la squadra ha avuto invece un calo, i risultati non arrivavano e tra i “tifosi social” si alzava l’ormai famoso coro del #GattusoOut. Una sorte che, nel calcio moderno, prima o poi tocca a tutti gli allenatori. La società, però, ha deciso di confermare il Mister fino alla fine della stagione, credendo che avrebbe potuto condurre la squadra alla qualificazione in Champions League. Qualificazione che invece non è arrivata.

Non posso negare di essere stato, anche senza utilizzare l’orribile hashtag, tra i più feroci critici di Gattuso, forse perché memore dei trionfi a cui anche lui, da giocatore, aveva condotto i rossoneri. Ma adesso, dopo la firma di Pioli, è il caso di guardare in faccia la realtà. È ora di smetterla di criticare tutti gli allenatori del recente passato allo stesso modo. Nessuno di loro è all’altezza di Carletto, questo è certo, ma con delle differenze.

Uno sguardo alle statistiche

Numeri alla mano, dall’addio di Massimiliano Allegri quella con Gattuso è stata la migliore stagione del Milan:

  • la squadra ha raccolto 19 vittorie in campionato, record dalla stagione 2012/2013;
  • ha totalizzato 68 punti, record dalla stagione 2012/2013;
  • ha “blindato” la difesa, subendo solo 36 gol, record dalla stagione 2011/2012;

Senza dimenticare che Mister Gattuso ha saputo rivitalizzare giocatori come Suso, divenuto per gran parte della stagione l’unico faro sul fronte offensivo, e Calhanoglu, rendendolo quantomeno partecipe del progetto e, almeno a sprazzi, non un fantasma sul terreno di gioco.

Non si è qualificato alla Champions League, è vero, proprio come Seedorf, Inzaghi, (Mihajlović), Brocchi e Montella nei cinque anni precedenti. A differenza da questi, ha però sfiorato la qualificazione, rimanendo escluso all’ultima giornata per un solo punto.

Cosa significano questi numeri? Che ci si debba accontentare? Che ci si possa far andar bene un quarto posto fallito? Questo no, ma almeno che è giusto non mettere sullo stesso piano le esperienze dei troppi allenatori che si sono alternati sulla panchina rossonera. Che Gattuso abbia chissà quali meriti? Forse no, ma nemmeno troppi demeriti, perché si tratta pur sempre di un allenatore alla prima esperienza sulla panchina di una grande, o meglio, ex grande squadra, che con le scarse risorse a sua disposizione ha avuto risultati migliori di tutti suoi sventurati predecessori.

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