Joker, perchè per diventare folli non basta solo una giornata storta

“Basta una giornata storta per trasformare il migliore degli uomini in un folle. Ecco quanto dista il mondo da me. Una giornata storta. Anche tu hai avuto una giornata storta, dico bene? Ne sono certo. Lo capisco. Hai avuto una giornata storta e tutto è cambiato. Altrimenti perché ti vestiresti come un topo volante?! Una giornata storta che ti ha reso un pazzo quanto tutti gli altri”

Così Joker si rivolge a Batman in The Killing Joke, la storia scritta da Alan Moore e disegnata da Brian Bolland nel 1988 che dava una storia alla nascita di quello che è, a tutti gli effetti, il villain più iconico dell’universo del Cavaliere Oscuro.

Una giornata storta, l’ultima spinta per la nascita del Joker, il clown pazzo, nemesi per eccellenza di Batman. Già, perchè se il buon Bruce Wayne se la deve vedere con uomini congelati, strampalati enigmisti, geni del crimine claudicanti, è proprio nel Joker che trova la sua nemesi.

Batman è ordine, il Joker è follia. Almeno così, non ce ne vogliano i puristi del comics, siamo portati a pensare. Ma se delle motivazioni della nascita del Cavaliere Oscuro sappiamo tutto, forse anche troppo, quelle del Joker esercitano ancora un fascino misterioso.

Cosa spinge un uomo qualunque a diventare il Joker?

Todd Phillips, a torto ricordato fino a questo momento come il regista della saga Una notte da leoni, prova a dare anche lui una spiegazione sul come un uomo diventa Joker. E, stando a quanto si vede nel film, la giornata storta è solo la parte finale di un processo iniziato anni, se non decenni, prima.

La giornata storta è la goccia che fa traboccare il vaso di umiliazioni, di sentirsi inadatto, di follia che cova sotto la cenere. Tutte magistralmente messe in scena da un Joaquin Phoenix da Oscar.

Joker (2019) non è un cinecomics. E’ il “lato oscuro” del cinecomics. E’ quello che succede dall’altra parte di Gotham mentre un giovane Bruce Wayne assiste alla morte del padre e inizia il percorso che lo porterà a diventare Batman. Di quella storia sappiamo tutto, quello che non sappiamo è il contorno, il dietro le quinte, il cosa succede a tutte quelle comparse che in una metropoli caotica come Gotham non sono altro che scenografia alla storia di giustizia eroica del Cavaliere Oscuro.

Joker (2019) è una vera e propria denuncia al tardo-capitalismo. Sebbene sia ambientato negli anni ‘80, la società gothamita è la metafora dell’occidente di oggi. Ed una denuncia a questo occidente. Ad una società che emargina chi non ce la fa. In cui il fallimento è un peso indelebile. Una società che sbatte in faccia agli ultimi i modelli di successo (Thomas Wayne), glieli fa toccare (lo show di Murray Franklin che sembra così vicino, così familiare, tanto da poterci entrare), ma poi glieli nega, con un pugno in faccia, facendoti diventare, se sei fortunato, solo un fenomeno da baraccone davanti all’intero paese.

Una società che ti illude di poter essere chi vuoi, salvo poi buttarti a terra, prenderti a calci, e lasciarti solo nel momento del bisogno. Che ti spinge a dubitare della tua stessa esistenza e chiederti se davvero qualcuno si è mai accorto di te.

Joker (2019) è il Joker di quest’epoca. Il Joker perfetto per un mondo sempre più individualista che sui social ha la faccia rassicurante e allo stesso tempo spavalda di Thomas Wayne, ma che poi nella realtà ti sveglia e ti fa capire che stronzo in realtà è Thomas Wayne. E te lo fa capire con un pugno dritto in faccia.

Insomma, Phillips e Phoenix ci parlano di come non basta “una giornata storta”. Di come è la società, dimenticandosi degli ultimi, a creare le condizioni per il disagio e quindi la follia. Poi basta una scintilla, un omicidio di tre odiatissimi (e stronzissimi) yuppie, per far si che il cerino incendi la giungla. 

E’ quasi un caso che questa sorte sia capitata ad Arthur Fleck. Poteva esserci uno dei migliaia di tizi con la maschera da clown, che vivono nei bassifondi di Gotham, tra ascensori che non funzionano, immondizia nei viali e lavori precari che non possono permettersi di perdere. Arthur Fleck è solo l’archetipo dei 999 che non ce la fanno. Del fallito, dell’uomo che sogna un qualcosa che non riuscirà mai ad avere perchè semplicemente diverso. E di come la società faccia di tutto per farlo sentire inadatto, fargli percepire la colpa di questo suo essere diverso.

Un abbraccio, una parola di conforto. Nulla. E quando le poche certezze cominciano a crollare, dalla psicologa alla madre, ecco che l’uomo diventa il Joker. Quando ormai capisce che per gli altri è sempre stato solo un contorno. Un fastidio sull’autobus, un vicino da evitare, un collega su cui far ricadere la colpa, un tizio strano che fa domande strane ad un addetto amministrativo, un numero che pesa sul bilancio di una città che però trova comunque i soldi per far vivere i Thomas Wayne nelle loro torri d’avorio. 

Insomma, un qualcosa di inutile, di sacrificabile. Un peso!

E quindi perchè prendere tutto come una tragedia, perchè non iniziare a guardare il tutto come ad una commedia. E così che Arthur Fleck diventa il Joker, reagendo a ciò che la società ha scelto per lui. Piuttosto che recitare nella tragedia che la società ha scritto per lui, Arthur diventa il Joker e trasforma la sua tragedia in commedia. Prende le redini della sua follia, ne diventa sceneggiatore, regista e attore protagonista. Se la società mi considera un reietto, un pazzo, un clown da deridere, perchè non esserlo veramente?

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